Hamnet, maternità e perdita
Ovvero lo sguardo materno da cui nasce la tragedia
Settimana scorsa ho visto il film di cui stanno parlando tutti: Hamnet di Chloé Zhao. Sono ancora qui che ci penso. E come tanti e tante non riesco ad uscirne.
In sala, mentre scorrevano i titoli di coda e mi lasciavo andare ad un pianto scomposto, ho pensato: forse non vivo in una bolla. Scrivo di maternità, e le mie letture, le mie conversazioni, e anche i miei social ruotano intorno a questo tema, ma so che non è una rappresentazione dell’interesse comune. E invece, l’altra sera al cinema è stato come se la mia bolla fosse scoppiata. Mentre sentivo i singhiozzi in sala, ho pensato: una storia raccontata dal punto di vista della madre non solo piace, ma è ciò di cui abbiamo bisogno oggi.
Il pensiero materno sta prendendo forza, e io, nel mio angolino di mondo, mi sento parte di questa onda nuova.
Ma parliamo di Hamnet.
Perché mi è piaciuto? Perché racconta il lato terribile del materno, insistendo su un’idea che mi gira da tempo nella testa, e cioè che la perdita sia imprescindibile all’esperienza materna.
Basato su un romanzo di Maggie O’Farrel, il film reimmagina la morte del figlio undicenne di Shakespeare, Hamnet, come la fonte di ispirazione per una delle sue più grandi tragedie: l’Amleto. Radicando l’opera all’interno della prospettiva della madre, il film ci ricorda che il poeta non è un eroe solitario, un genio che opera al di sopra della vita per superare la morte. Hamnet ci ricorda che la creazione artistica nasce dalla relazionalità umana, e ci chiede di osservare la perdita non come qualcosa da sorpassare, ma come qualcosa in cui stare insieme.
Hamnet e la voragine
Nella prima scena incontriamo Agnes che dorme fra le radici di un enorme albero. A Stradford-upon-Avon, alla fine del Cinquecento, Agnes è considerata una strega: coltiva erbe curative, addestra un falco e legge il futuro. Il suo colore nel film è il rosso, il colore della terra e del fuoco. È invece blu il colore dei vestiti di William Shakespeare, per ricordare il cielo e la parte alta del corpo: fragilità, creatività e fantasia. Sono due, e insieme si completano.
Agnes partorisce la loro prima figlia da sola, sotto l’albero dove l’abbiamo vista all’inizio del film. Quando Agnes, William e la bambina escono dalla foresta insieme, William si volta per guardare il solco scuro che si apre sotto le grandi radici dell’albero.
Siamo, dopo tutto, nel genere della tragedia. E quella caverna buia, quel vuoto, è la premonizione della discesa, dell’abisso in cui dovrà scendere il poeta, e noi con lui.
La profezia
Nel secondo atto del film, William è insoddisfatto e spinto da Agnes si trasferisce a Londra per fare teatro. Mentre è a Londra, Agnes entra in travaglio, ma questa volta non può raggiungere la foresta. I presagi sono funesti. Il fiume straborda, e l’acqua scorre sotto le porte, fin dentro casa. Nasce Hamnet.
Le contrazioni continuano, finché Agnes non partorirà anche una figlia: Judith. La bambina sembra nata morta, ma fra le braccia della madre fa il suo primo respiro. Tenendola stretta, Agnes le promette che non la lascerà mai morire. E mentre giura, dietro le sue spalle la camera inquadra Hamnet.
La regia del film si trasforma nel coro della tragedia. L’inquadratura fa due cose allo stesso tempo: ci ricorda che Hamnet morirà, che è qualcosa che già sappiamo, ma allo stesso tempo rende il finale che aspettiamo ancora più tragico, perché incompreso dai personaggi che lo vivono. Agnes ha raccolto la profezia, ma come succede a tutti gli eroi della tragedia, la interpreta in modo sbagliato. E in questo sbaglio si costruisce il nostro aggancio emotivo. Non ci rimane altro da fare che accompagnarla nel suo errore verso un destino già scritto.
Mito, maternità e perdita
La profezia della morte del figlio è un tema centrale del mito classico.
Pensiamo a Teti e Achille. Quando Achille aveva nove anni, l’indovino Calcante profetizzò che la guerra di Troia non sarebbe stata vinta se non con la partecipazione e morte in battaglia di Achille. Per salvare il figlio, Teti lo mandò a vivere alla corte di Licomede, il sovrano di Sciro, travestito da ragazzina. Arriverà lo scaltro Ulisse a smascherare Achille e ricondurlo al proprio destino di gloria e morte.

Oppure Altea, a cui venne predetto che il figlio sarebbe morto quando il ciocco di legno che stava bruciando nel focolare si fosse consumato. Così, per salvaguardare la vita del figlio, Altea prese il ciocco dal fuoco e lo depositò in una cassa. Meleagro, diventato grande, ebbe un contrasto con i suoi zii e li uccise. Alla notizia dell’assassinio dei fratelli, Altea gettò nel fuoco il ceppo che aveva conservato, lo lasciò bruciare e quando si fu esaurito Meleagro morì immediatamente. Solo a quel punto Altea si rese conto di ciò che aveva fatto e lacerata dal rimorso si tolse la vita.

Il mito ci ricorda che insieme alla vita generiamo anche una morte, e questa è una realtà che, a pensarci bene, tutte le madri possono sperimentare in misura diversa.
Quando è nato mio figlio, nei giorni dopo il parto, mi sono sorpresa a cercare la pancia con la mano, a tastare uno spazio diventato vuoto. Anche questa assenza, in qualche modo, è una forma di lutto. E sempre negli stessi giorni, mentre tenevo in braccio mio figlio neonato, mia figlia mi è sembrata improvvisamente cresciuta. Tutt’ora mi capita di osservare le sue mani lunghe e fini e chiedermi dove siano finite le manine paffutelle che tenevo nel mio pungo. Ho paura che insieme alla memoria se ne scappi via anche lei, e nei momenti di panico la acciuffo e la stringo forte. Mi dico: sei ancora mia, per ora.
E mentre sono così fortunata da avere due figli di cui parlare, in questi anni mi sono stretta ad amiche che non sono riuscite a portare a termine una gravidanza desiderata, o amiche che non sono riuscite ad avere figli. Per tutte loro, la maternità è un’esperienza di perdita. Una perdita che è un taboo, taciuta per vergogna, senso di inadeguatezza e anche per la mancanza di parole per raccontarla. Come scrive Chine McDonald in Unmaking Mary, pochissime lingue hanno una parola per nominare chi è orfano di un figlio o una figlia. In Italia, per esempio, non ne abbiamo una, e mancano anche iniziative volte ad aiutare le famiglie a processare il lutto. Iniziative come quella della Gran Bretagna, che rende possibile richiedere un certificato per le gravidanze terminate prima delle 24 settimane. Si tratta di un certificato che non è associato a nessun tipo di sovvenzione statale, ma ha il solo scopo di mettere la perdita nero su bianco, riconoscere una parte invisibile della vita di tante famiglie, e farle sentire meno sole.
Ed è proprio la solitudine che ci riporta di nuovo ad Hamnet.
Orfeo e il ruolo dell’arte
Hamnet muore durante la pestilenza. Agnes non riesce a perdonarsi, e non perdona nemmeno William per non esserci stato, per averla lasciata ancora una volta sola.
Da sei mesi William manca da Stratford quando ad Agnes arriva la locandina di un suo spettacolo: una tragedia che porta il nome del figlio, Hamnet. Insieme al fratello, Agnes si dirige allora a Londra per assistere alla prima dell’Amleto al Globe Theatre. Dallo spazio silenzioso e vuoto della casa ci spostiamo in un luogo di presenza e densità umana.
Quando il personaggio Amleto sale sul palco, vestito e pettinato come Hamnet, Agnes vede compiersi la visione in cui aveva immaginato il figlio grande e forte recitare accanto al padre. Nella tragedia vediamo la continuazione della memoria della vita. Ma ciò che conta ancora di più è il coinvolgimento della platea.
Orfeo, come racconta William all’inizio del film, scende negli inferi per riportare indietro una vita perduta, ma senza riuscirci. Ciò che esce dagli inferi non è Euridice, ma la sua memoria come è cantata dal poeta.
Quando Amleto morente si rivolge al pubblico, Agnes allunga una mano per toccarlo. Anche le persone intorno a lei si sporgono per sorreggerlo. La tragedia di Hamnet, attraverso il canto di Orfeo, diventa qualcosa che tutti possiamo sentire e quindi condividere. La tragedia, e l’arte, servono proprio a questo: a sostenere il peso della vita, perché lo rendono condivisibile.
Il materno è il nodo in cui vita e morte si intrecciano: una condizione che ci rende, inevitabilmente, esposti alla perdita. Ripartire dalla madre per leggere l’Amleto significa allora riportare la tragedia nel solco della vita del poeta, nella sua esperienza concreta di relazione e di lutto. Quando pensiamo ai grandi artisti li immaginiamo come geni isolati, figure distaccate dalle faccende ordinarie dell’esistenza. Ma non è così.
Quello che Hamnet fa è ricordarci che la tragedia nasce dalla relazionalità umana. E che lo sguardo della madre, in questo, non è marginale: è uno dei luoghi in cui la vita e l’arte si toccano più profondamente.





Bellissimo commento, non so se avrò la forza di vederlo. Mi sembra che ultimamente ci siano molti film che mettono al centro l’esperienza materna, bene, abbiamo qualche secolo da recuperare.
proprio ieri sono stata a teatro a vedere Gertrude (mamma di Amleto) la nuova produzione del teatro di Roma ma non hanno proprio capito questa centralita' della madre .... merita solo per la scenografia e l'attrice che interpreta Ophelia